POLITICA VIOLENTA E POLITICA DEI GIOVANI
Sarebbe bello non dover trattare questo tema. Ma quando ho letto l’articolo sul Voce del IV Municipio e dopo che i ragazzi della Rete Scuole del IV Municipio mi hanno raccontato degli ultimi eventi, mi sono convinto che un’attività di questo tipo fosse necessaria.
Così mi viene richiesto di parlare di violenza in politica o, peggio, di politica violenta.
Comincerei allora appropriandomi di una definizione di Yves Michaud: “C’è violenza quando, in una situazione di interazione, uno o parecchi attori agiscono in maniera diretta o indiretta, in una volta sola o progressivamente, offendendo uno solo o parecchi altri in maniera variabile, sia nella loro integrità fisica, sia nella loro integrità morale, sia in quelle che posseggono, sia nelle loro partecipazioni simboliche o culturali.”
Questa definizione prende in considerazione:
- il carattere complesso delle situazioni di violenza
- i modi di produrre la violenza
- la distribuzione della violenza
- le differenti specie di violenza
Dei numerosi ambiti che riguardano tale tematica, a noi interessa quella politica che raggruppa più fenomeni:
- violenza politica diffusa
- violenza che viene dal “basso”
- violenza che viene dall’ “alto”
- violenza che mira al crollo della comunità politica
- terrorismo
Attualmente, nel nostro stato di diritto, la violenza è sinonimo (senz’arte né parte) di criminalità!
Qui il paradosso intrinseco nella definizione stessa di “politica violenta”. Se l’attività politica è la partecipazione alla distribuzione autoritativa dei valori, tale attività non deve e non può essere criminale, senza stravolgere fondamentalmente il senso più nobile di “politica”: lo Stato è l’unico detentore legittimo della forza. Quello statale, infatti, è un potere regolato, è una forza che si esprime all’interno di certi limiti. Non può quindi per definizione essere violento, essendo la violenza, invece, un utilizzo della forza arbitrario, sregolato.
Dove c’è politica non c’è violenza, nella polis vige la legge della città; dove c’è violenza non c’è politica, ivi vige la legge della giungla.
Ma centriamo il discorso e vediamo il legame fra politica violenta e gioventù. Per raggiungere questo obbiettivo scomponiamo il problema della violenza in cause, forme e conseguenze.
1) Cause:
L’estrema forma di violenza è la guerra, Platone parlando di “guerra” utilizza la parola stasis. Staticità quindi. Ecco, a mio avviso, la prima causa scatenante della violenza nei giovani. I ragazzi percepiscono stridente, restrittiva, questa società che li vede molto più agiti che agenti. Nel momento in cui alla istanze sollevate non c’è una risposta reale, quando manca fiducia e ascolto, ad esempio, nello stesso ambito scolastico dove gli studenti sono talvolta trattati con aria di sufficienza da un corpo docenti spesso troppo vecchio o impreparato per capire le nuovi generazioni, negli adolescenti si scatena un naturale istinto di rivolta.
Manca la partecipazione, o la possibilità reale di partecipare, e se, come dice Gaber, libertà è partecipazione, quel che percepiscono i giovani è una mancanza di libertà. Così nell’assenza di dinamicità sociale, il desiderio di costruire il futuro diviene irrigidimento di posizioni e cristallizzazione di forze. Vivendo una specie di sineddoche, chi si lascia andare al totale disinteresse e chi invece a reazioni violente giudica l’intero “sistema” negativamente, conoscendone solo una parte.
2) Forme:
Di medesima origine sono dunque apatia e violenza: incapacità di accettare gli schemi previsti, per cambiare una situazione spiacevole. Ma essendo il nostro studio centrato sul secondo problema, lasceremo l’apatia lì dov’è.
Di violenza si può parlare come comportamento attivo (percosse di vario genere) e passivo. Data la semplicità del primo tipo, concentrò l’analisi sul secondo. In una società democratica la decisione di non entrare in dialogo con altre parti, per una presunta e pretenziosa superiorità intellettuale o morale è un gesto che ardirei definire violento. Questa forma passiva, forse solo più perbenista, è ben più evidente nell’utilizzo di un linguaggio molto forte caratterizzato da slogan di basso valore contenutistico ma alto effetto emotivo. Riporto due esempi opposti, di ali estreme, ma di equivalente valore: “La felicità non si paga, si strappa” e “Dilaniamo questo grigio”.
I due verbi, strappare e dilaniare, sinonimi fra loro, significano rispettivamente: “sottrarre violentemente” e “fare a pezzi”. Per quanto siano forieri di un desiderio legittimo (quello di ottenere la felicità e quello di uscire da un “borghesismo” evidentemente insopportabile per gli autori dello slogan), denotano un forte disprezzo per l’“altro”, tale da essere più importante del concetto di “sé”. Le due frasi pubblicitarie non sono portatrici di un ideale, ma oppositrici di un altro; il “sé” si identifica con un non meglio specificato “noi” e l’oppositore con un generico nemico.
Questa costruzione del nemico tramite un linguaggio pungente, è sintomo di una pericolosa inconsistenza interna. Dico pericolosa perché, dopo quel che è stato definito “colpo di stato mediatico” del 1994 (con la fine della partitocrazia e l’inizio della videocrazia) la spettacolarizzazione della politica ha richiesto scene ed espressioni sempre più forti, e nel momento in cui il video si è saturato di vuoti contenutistici, ma ben pubblicizzati, l’unico modo per ottenere visibilità, per racimolare una ripresa, è divenuto il ricorso alla violenza, sempre capace di fare audience.
3)Conseguenze:
Nella mente dei ragazzi si viene a instaurare un sentimento di rivalsa e lotta che solo nello scontro trova sfogo. L’atto violento diventa quindi il momento emozionale percettivo della compartecipazione alla costruzione della storia. La sconfitta dell’altro è l’obbiettivo principale, più che la vittoria propria. Nello scontro si può perdere in due o può vincere uno, solo nell’incontro si vince in due. Per questo l’incontro non può essere accettato (e difatti è stato rifiutato da ambo le parti estreme invitate a partecipare alla conferenza).
Ma trovo abbastanza qualunquista limitarmi ad alzare un dito moralizzatore e dire ai giovani “non si fa!”. Per la sensibilità che mi caratterizza, anche in quanto membro di un’associazione come il Bianconiglio, voglio sottolineare un grande pericolo.
Scontri violenti fra parti, che in più si rifanno con toni malinconici a simboli di dittature passate, sono causa di un grande caos. E di fronte a tensioni e caos la cittadinanza inerme si appella agli organi superiori perché la pace e la tranquillità siano garantiti. Riporto quindi le scandalose dichiarazioni di Cossiga a riguardo: “Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell’Interno. In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito. Lasciar fare gli universitari. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri, nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti, non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si.”
Da questo si capisce il paradosso che vivono coloro che violentemente cercano di rompere quel che definiscono “sistema”: diventano infatti, ancor più di altri, mezzo di legittimazione dello stesso. Anzi momento fondamentale per chi nasconde nel cassetto della scrivania un piano per la rinascita democratica. La storia ci insegna che la tensione sociale è lo stadio necessario per una svolta autocratica: crisi economica, contrapposizione geografiche regionali, polemiche e agitazioni internazionali, esplosione della violenza in politica, formazione di milizie contrapposte, incapacità del governo di dare risposte, latente xenofobia sono tutti caratteri che descrivono parimenti il 2009 e il 1922. Impariamo dalla storia, non facciamo gli stessi errori del passato!
Simone Budini