La Dittatura della sicurezza
Introduzione.
Sorprendenti i vichiani corsi e ricorsi storici talvolta. Tanto quanto sorprendente è la realizzazione di aberrazioni nell’intento di perseguire le cause più nobili.
Nel 1789 la Rivoluzione francese scuote il mondo all’insegna di un’onda triadica: uguaglianza, fratellanza e libertà. Qualche anno più tardi, nel 1793, il Comitato di salute pubblica instaura la Dittatura della libertà… e così mentre la mattina Robespierre scriveva la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il pomeriggio organizzava spettacolari decapitazione con le teste degli oppositori politici (gli infami nemici della libertà).
Un altro caso balena subito all’attenzione: il 1917, l’altra grande rivoluzione della storia. In nome della totale uguaglianza per realizzare il mondo perfetto, unico sistema è passare per la Dittatura del proletariato. Spiacente per i diversi, i borghesi, per loro non c’è più spazio… come prima i “non liberi” dovevano morire, ora ai “non proletari” spetta lo stesso destino.
Sembro saltare di palo in frasca, ma non è così, se affermo che qualcosa di analogo si ripresenta nel 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Il nostro mondo cade, o si lascia guidare, nel terrore e improvvisamente ci siamo ritrovati tutti a dover essere sicuri, anche chi già ci si sente o non ha bisogno di tali garanzie. Dagli USA un’ondata legislativa di “pacchetti sicurezza” si abbatte su tutto l’Occidente portando con se una conseguente e rilevante riduzione della privacy. Inizia così il nuovo millennio: con la Dittatura della sicurezza.
Paura, società e politica. Caratteri generali.
La sicurezza nasce come barriera alla paura. Già nel 6 gennaio 1941 Il presidente F.D. Roosvelt parla al Congresso degli Stati Uniti, enunciando la dottrina delle quattro libertà, il cui perseguimento pone quale scopo dell’azione politica del paese. Esse sono: la libertà di parola e di espressione, la libertà di culto, la libertà dal bisogno e quella dalla paura. Obiettivo degli Usa deve essere, secondo Roosevelt, il perseguimento di tali libertà a livello mondiale.
La paura, uno dei sentimenti più profondi dell’istinto umano, non è concepita sempre in maniera univoca dai grandi filosofi politici: per Hobbes è alla “base della società politica”, tiene insieme gli uomini in società; al contrario Montesquieu la vede come la “fonte della politica degenerata nell’irrazionale”.
Paura e cultura rappresentano dunque due dimensioni intersecate come emozione e ragione. Indipendentemente dal giudizio positivo o negativo, la paura è connessa alla società e produce società, in particolare un tipo di sociazione ad alto grado di disponibilità al consenso, che bene si presta alla manipolazione politica. Tanto è vero che Ferrero a riguardo dichiara: “il potere è la manifestazione suprema della paura che l’uomo fa a se stesso, malgrado gli sforzi che fa per liberarsene”; e Freud gli fa eco: “L’uomo civile ha barattato una parte della sua felicità per un po’ di sicurezza”.
La paura quindi crea la società come limite e garanzia, istituzionalizzando un potere artificiale che conserva tutti i diritti dello stato di natura.
Ma che succede se è lo stato a creare la paura?
Accade che dovrà usare necessariamente due archetipi stereotipizzati. Mi spiego: ci troviamo di fronte a quella che Pasini, in “La paura e la città”, definisce paura anarchica cioè di una situazione ex lege, caratteristica della decadenza della cultura e dei periodi di transizione. Essa si concretizza in genere nelle due immagini dello straniero e del nemico. Lo straniero perché rimane sconosciuto al senso comune “e quindi è una categoria vuota che può essere riempita delle paure più varie” (Dal Lago – La tautologia della paura). Il nemico perché è semplicemente un fattore aggregante. La creazione di tale figura (dell’antagonista, del diabolico che s’oppone al simbolico, e ad esso ne è “fraternamente” legato, come il disordine all’ordine) per i pericoli di decadenza è una conquista culturale e politica.
Quali sono le conseguenze di un simile modus operandi, se il simbolo diventa lo straniero-diabolico, cioè se una società si unisce in funzione del “nemico comune”?
Crisi democratica.
Prima di rispondere facciamo un passo indietro e vediamo le cause di questo comportamento.
Così come governare la paura è un compito essenzialmente politico, governarne per mezzo della paura è una delle forme che la politica può assumere, specialmente quando viene meno il consenso che sostiene la classe politica!
La società politica che, per dominare la paura, costituisce il potere determinando delle disuguaglianze artificiali che contraddicono il principio di eguaglianza della cittadinanza, attua la logica che è meglio sottomettersi ad un potere noto piuttosto che ad uno ignoto. Il rapporto fra i governanti e governati è così segnato da un reciproco timore: quello dei governanti che temono le reazioni alla pressione del potere e quello dei governati che temono l’abuso di potere. La legittimità riflette del patto di dominio e permette il superamento delle reciproche paure tre governanti e governati. Più il patto di dominio viene rispettato più si allenta la paura e sale la fiducia. In uno stato di pericolo o di paura, causato da avvenimenti esterni al patto, la fiducia cresce molto, ma la legge non ha più riferimento alla morale o alla cultura: diventa solo il risultato di una prova di forza, perdendo la sua virtù morale e assumendo un mero carattere repressivo.
In sostanza, si governa sempre o con il consenso o con la forza, ma la forza in fondo non è che la capacità di incutere paura, cioè un’altra via per ottenere un consenso non spontaneo. “Il mondo può essere governato soltanto con la paura” insegna Hitler. La paura allora diviene manipolazione, blocco dell’azione o della reazione, schermo per giustificare una decisione o un’azione. La tattica di chi si serve della paura è la più efficace a generare comportamenti passivi e a tenere sotto controllo le masse. La storia ci insegna che la paura sviluppa, infatti, meccanismi autoritari dotati di consenso proprio. Gli effetti del terrore come la crisi di fiducia fra cittadini, la sindrome di allarme, le restrizioni al processo di interazione, etc. sono essenzialmente divisione (divide et impera dice niente?).
Governare con la paura quindi non è che l’atto estremo che testimonia la crisi di una cultura, fino all’avvento di una nuova capace di consolidarsi attorno ad altri valori. Apre la via a un totalitarismo morbido, suadente, ma non meno incisivo di passate esperienze autoritarie.
“Nel passaggio dalla società di classe alla società di rischio, la qualità della vita collettiva comincia a modificarsi… In luogo del sistema di valori della società ‘ineguale’ subentra il sistema di valori della società insicura” (Ulrich Beck).
Alla fine del paragrafo precedente si ero posto quest’interrogativo: quali sono le conseguenze di una società politica che si unisce in funzione del “nemico comune”?
Ebbene ecco la risposta: governare con la paura è l’ultimo gradino della decadenza della politica, la crisi finale della democrazia rappresentativa e l’affermazione di un totalitarismo societario!
Nella sua decadenza lo stato di diritto, con la sua eticità e lo sforzo di preservare la morale pubblica, e il Welfare State, con il suo tentativo di sfruttare lo sviluppo economico per il benessere del maggior numero, cedono il posto allo stato di sicurezza che ha come suo compito quello di proteggere dai rischi e dalla paure, compito che assolve, come si è visto, utilizzando e manipolando la paura stessa per ottenere consenso. Molta libertà e molte garanzie sono barattate con un po’ di sicurezza, ottenuta controllando i sintomi, generalizzando vincoli e limitazioni, non risalendo alle radici dei mali.
Chi è in grado di manipolare la paura?
Importanza mediatica.
Chi trasmette sensazioni e provoca emozioni ha indubbiamente un discreto potere. Fra le varie emozioni la paura gioca un ruolo centrale: paura del disastro ambientale, dell’attacco terroristico, del cibo avvelenato, della malattia, del delinquente, dello straniero. La cultura crolla così nell’irrazionale con risvolti tragicomici, in un clima di caccia alle streghe e tribalismo sociale.
La presenza della paura nella società rappresentata dai media muove le leve dell’immaginazione collettiva. Molto spesso per ottenere successo, per aumentare l’audience, la diffusione della violenza e della paura si rivela un buono strumento ma testimonia anche, come scrive Beck, l’irresponsabilità organizzata di certi grandi gruppi mediali. Le cronache di certi giornali o riviste, le immagini prodotte dalla televisione o dal cinema sono armi che infondono nella collettività il veleno della paura.
L’astuzia dei mezzi di comunicazione di massa sta proprio nel provocare la paura per poi rappresentarsi come strumento di protezione e di riassicurazione, perché essi permettono la riappropriazione della realtà attraverso la loro interpretazione che dovrebbe tranquillizzare. Così, prima passiamo attraverso le paure che ci infondono, poi ritroviamo l’ordine e la sicurezza sociale attraverso l’immaginario che solo loro possono pilotare.
Pauroso internazionalismo, un’ultima provocazione.
“La paura è diventata il cardine dell’odierna politica internazionale […] La politica della paura non è solo l’arma offensiva usata da Al Quaeda: sta diventando anche l’arma con cui i governi democratici legittimano il proprio potere e le proprie violazioni di leggi costituzionalmente garantite, ma con cui alla fine feriranno se stessi.” (B. Spinelli, La paura disfa le menti, La Stampa, 29 settembre 2002).
La paura, come tutti sanno, non opera solo all’interno degli stati. La sua efficacia si è sempre più sviluppata anche nelle relazione internazionali. Il terrorismo giustifica e giustificherà misure straordinarie restrittive della libertà dei cittadini. Ma questo apre la porta ad un nuovo totalitarismo che lacera anche l’apparenza della democrazia… ma infatti che democrazia è quella nella quale i governi decidono la guerra contro l’opinione dell’85-90% della popolazione?
Si sta diffondendo un condizione di anomia che spinge alla formazione di un ordine politico internazionale, con nuove gerarchie di potere, tali da regolare e garantire i rapporti inter-nazionali. Nel vuoto dell’ordine politico e valoriale si afferma una tendenza totalitaria coincidente agli interessi della plutocrazia demagogica e al desiderio di certezze e sicurezza delle masse.
Simone Budini


